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Don Ernest Simoni – il prete che ha fatto piangere Papa Francesco (Video e Foto)

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ANDREA TORNIELLI – CITTÀ DEL VATICANO – Pubblicato il 09/10/2016

Tra i nomi dei nuovi cardinali annunciati da Papa Francesco all’Angelus di domenica 9 ottobre ce n’è uno che attira particolarmente l’attenzione. È quello di un semplice prete che fra qualche giorno compirà 88 anni, l’albanese don Ernest Simoni Troshani. Il 21 settembre 2014, a Tirana, Francesco aveva ascoltato la sua toccante testimonianza e ne era stato profondamente colpito, fino alle lacrime. Aveva abbracciato il sacerdote e gli aveva baciato le mani. Don Simoni, l’unico sacerdote vivente che sia stato testimone della persecuzione del regime di Enver Hoxha, che aveva proclamato l’Albania il «primo Stato ateo al mondo». E aveva perseguitato cristiani cattolici e ortodossi insieme a musulmani e sufi bektashi.

Simoni venne arrestato nel 1963 dalla polizia comunista, avrebbe riassaporato la libertà soltanto nel 1990, dopo una vita ai lavori forzati. «Mi dissero: tu sarai impiccato come nemico perché hai detto al popolo che moriremo tutti per Cristo se è necessario». Lo avevano torturato, accusato di aver detto una messa di suffragio per l’anima del presidente Kennedy morto un mese prima, che «io celebrai secondo le indicazioni date da Paolo VI a tutti i sacerdoti del mondo». Nella cella d’isolamento portarono un suo amico col compito di spiarlo, e siccome don Ernest continuava a dire che «Gesù ha insegnato ad amare i nemici e a perdonarli, e che noi dobbiamo impegnarci per il bene del popolo», la pena di morte gli fu commutata ai lavori forzati.

«Durante il periodo di prigionia, ho celebrato la messa in latino a memoria, così come ho confessato e distribuito la comunione di nascosto». Nei primi anni di lavori forzati, il sacerdote doveva spaccare le pietre estratte da una cava con una mazza di ferro pesante una ventina di chili. Poi, nella miniera di Spaç, scendeva in gallerie buie scavate nella montagna; di quel periodo ricorda le punizioni: «Una delle più dolorose era quella di colpire ripetutamente i talloni con i manganelli».

Ma quel prete non aveva rinunciato all’annuncio del Vangelo. «Celebravo la messa tutti i giorni, a memoria, in latino, sfruttando ciò che avevo a disposizione. L’ostia la cuocevo di nascosto su piccoli fornelli a petrolio che servivano per il lavoro. Se non potevo utilizzare il fornello, mettevo da parte un po’ di legna secca e accendevo il fuoco. Il vino lo sostituivo con il succo dei chicchi d’uva che spremevo. E d’inverno utilizzavo delle boccette con il vino che mi portavano i miei parenti». Addirittura diventa il padre spirituale di molti carcerati. Sapeva che rischiava la vita, ma ripeteva: «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. Quante volte ho recitato questo Salmo…». «Con la venuta della libertà religiosa – aveva concluso il sacerdote – il Signore mi ha aiutato a servire tanti villaggi e a riconciliare molte persone in vendetta con la croce di Cristo, allontanando l’odio e il diavolo dai cuori degli uomini».

Francesco lo aveva ascoltato in silenzio. Poi quando l’anziano sacerdote che ha trascorso 27 anni ai lavori forzati si era inginocchiato davanti a lui, lo aveva risollevato, aveva messo la sua fronte sulla sua fronte e lo aveva abbracciato a lungo, stringendolo a sé. Aveva pianto Papa Bergoglio, anche se non voleva non darlo a vedere e prima di girarsi nuovamente verso i sacerdoti e le religiose che si stringevano attorno a lui nella cattedrale di Tirana, si era tolto gli occhiali asciugandosi gli occhi.

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